MARIKA KUŹMICZ - ROSSETTO E VIDEOCASSETTE. GESTI EMANCIPATORI DELLE ARTISTE NEGLI ANNI SETTANTA NELLA REPUBBLICA POPOLARE DI POLONIA
UNA GENEALOGIA INVISIBILE: ARTISTE POLACCHE E MEMORIA CULTURALE
La storia dell’arte visiva in Polonia negli anni Settanta è, ancora oggi, una storia incompleta. Se da un lato si è affermata un’idea forte di avanguardia concettuale e sperimentazione formale, dall’altro è rimasto a lungo ai margini il contributo delle donne artiste: una genealogia frammentata, spesso non riconosciuta, ma determinante per comprendere a fondo le trasformazioni culturali del periodo.
Siamo in un decennio in cui la retorica dell’uguaglianza socialista proclamava la parità di genere, ma in cui le strutture istituzionali, accademiche e artistiche continuavano a riprodurre sistemi di esclusione e gerarchie patriarcali. Le donne erano presenti, sì, ma raramente riconosciute in quanto soggetti creativi autonomi. Dovevano spesso inventare spazi, mezzi e linguaggi propri, agendo all’interno di sistemi che non prevedevano la loro centralità, talvolta nemmeno la loro visibilità.
L’emergere di pratiche artistiche femminili in quel periodo non si presenta sotto forma di un unico movimento coeso. Non esiste, nella Polonia degli anni Settanta, un “femminismo artistico” organizzato, come accadeva nello stesso decennio negli Stati Uniti o in Francia. Eppure, in assenza di una teoria dichiarata, molte artiste iniziano a elaborare, in modo autonomo, un’arte del sé, del corpo, del quotidiano, che mette in discussione i codici dominanti della rappresentazione e rompe il silenzio imposto alla soggettività femminile.
Queste forme di espressione si collocano in un terreno intermedio, dove l’autobiografia diventa linguaggio critico, e la sperimentazione formale – fotografia, video, performance, installazione – assume un significato esistenziale, talvolta anche politico, ma sempre irriducibile a un’estetica codificata. In molte opere, il corpo femminile diventa un campo di battaglia, uno strumento di conoscenza, ma anche uno spazio di esposizione, fragilità, erotismo o ironia.
Figure come Ewa Partum, Natalia LL, Teresa Murak, Teresa Gierzyńska, Jadwiga Singer, Jolanta Marcolla, Hanna Orzechowska – ciascuna con la propria poetica – hanno aperto vie inedite all'interno del panorama artistico polacco, talvolta anticipando riflessioni che sarebbero emerse più tardi nel dibattito teorico e femminista. Queste artiste non lavorano per affermare un'identità collettiva, bensì per ridefinire, caso per caso, le condizioni stesse della creazione: chi ha diritto di parlare? Con quali strumenti? Per quali pubblici? Con quali memorie e desideri? Sono domande che attraversano tutta la loro produzione e che oggi, a distanza di mezzo secolo, risuonano con forza rinnovata.
Il linguaggio del video, ad esempio, che in altri contesti fu associato fin da subito alla sperimentazione femminile, in Polonia fu ostacolato da barriere strutturali all’accesso alla tecnologia, legate sia alla censura che alla distribuzione dei mezzi tecnici. Eppure, alcune donne riuscirono ad aggirare questi limiti con ostinazione e ingegno, elaborando estetiche proprie e registrando esperienze che sarebbero state altrimenti invisibili.
Nonostante l’assenza di una piattaforma comune o di un manifesto condiviso, le pratiche artistiche delle donne polacche negli anni Settanta compongono oggi un archivio irregolare ma potente. Un archivio in cui la memoria privata si fa linguaggio pubblico, e in cui la sperimentazione visiva diventa forma di presa di parola. Sono testimonianze che non solo ampliano il canone della storia dell’arte, ma ne mettono in discussione le premesse, offrendo un’altra possibile lettura della modernità visiva in Europa orientale.
A quasi cinquant’anni di distanza dagli eventi descritti, la riscoperta dell’attività artistica femminile nella Polonia degli anni Settanta si configura non solo come un atto storiografico, ma anche come un gesto politico, etico e culturale. La riscrittura della storia dell’arte polacca – e, più in generale, dell’Europa centro-orientale – richiede oggi un lavoro archeologico e interpretativo che tenga conto di queste omissioni e di queste resistenze.
È un processo ancora aperto, non lineare, fatto di ritorni, riapparizioni, archivi che si riaprono, materiali che emergono dal silenzio. In questo processo, la figura della ricercatrice – spesso essa stessa donna – assume un ruolo fondamentale: non solo come intermediaria tra passato e presente, ma come co-autrice di una nuova genealogia artistica che finalmente riconosce la pluralità delle voci.
Nel contesto attuale, segnato da rinnovate rivendicazioni femministe e da un’attenzione crescente alla diversità dei soggetti, queste storie non sono solo memoria: sono strumenti di pensiero, specchi critici per il presente, e aperture verso un futuro in cui l’arte possa davvero farsi spazio condiviso, multidimensionale e radicalmente inclusivo.
Perché, come suggerisce la conclusione del testo originale, forse il compito della storia dell’arte oggi è proprio questo: non tanto completare un canone, quanto creare uno spazio per ciò che non è ancora stato visto, ascoltato o riconosciuto.
Riflettere sull’arte femminile in Polonia in quegli anni significa dunque interrogare non solo ciò che è stato mostrato, ma anche ciò che è stato taciuto, censurato, dimenticato. Significa restituire voce e forma a un’intera costellazione di pratiche che hanno parlato in silenzio, e che oggi possiamo finalmente ascoltare.
Desidero ringraziare sentitamente l’autrice del saggio, Marika Kuźmicz – ricercatrice presso l’Accademia di Belle Arti e la Fondazione Arton di Varsavia – e Eulalia Domanowska, direttrice della Państwowa Galeria Sztuki di Sopot, per aver gentilmente concesso il permesso alla traduzione del testo.
Daniele Agnelli, 2025
(Edizione limitata a 30 copie - Formato A5, 50 pagine)

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